Non si possiede. Si attraversa.
Siamo abituati a pensare al libro come a un oggetto.
Si compra, si appoggia, si accumula.
Sta su uno scaffale, insieme ad altri.
Ma questa è solo la sua forma più superficiale.
Un libro non contiene qualcosa.
Non è un recipiente pieno di informazioni da estrarre.
È uno spazio che si attiva solo quando viene attraversato.
Senza lettura, non esiste.
Nel linguaggio contemporaneo, leggere è diventato un gesto rapido.
Si scorre, si salta, si conclude.
Ma questo tipo di lettura non entra nel testo.
Lo attraversa senza lasciarsi modificare.
Consumare un libro significa usarlo senza incontrarlo.
Un libro inizia davvero quando smette di essere esterno.
Quando ciò che si legge non rimane sulla pagina, ma inizia a modificare il ritmo del pensiero.
Non è più informazione.
Diventa relazione.
Alcuni testi si lasciano leggere velocemente.
Altri no.
Alcuni chiedono lentezza, ritorno, interruzione.
Non perché siano difficili, ma perché non vogliono essere attraversati superficialmente.
Un libro non si esaurisce nel tempo in cui viene letto.
Continua a lavorare dopo.
Nelle pause, nei momenti in cui qualcosa ritorna, nelle frasi che non si chiudono.
Per questo leggere è anche lasciare spazio.
Avere molti libri non significa averli incontrati.
Come accendere un incenso non significa aver fatto un gesto.
La differenza è sempre la stessa: presenza o assenza.
Se il gesto apre uno spazio, e la parola lo custodisce, il libro lo prolunga.
Non lo chiude.
Lo tiene vivo.
Un libro non è qualcosa da avere.
È qualcosa da attraversare, più volte, in modi diversi.
E ogni volta, non è mai lo stesso.
In Genjiko, il libro non è il punto di arrivo.
È una soglia.
Un modo per continuare ciò che è iniziato prima.