Non si legge per capire

Comprendere è spesso un modo per restare fuori.

Non si legge per capire

Siamo abituati a leggere per capire.

Per afferrare un significato, per arrivare a una conclusione, per poter dire: “ho capito”.

Ma non tutta la lettura funziona così.

Capire è una chiusura

Quando qualcosa viene compreso, si ferma.

Viene classificato, posizionato, reso stabile.

Diventa qualcosa che si può ripetere.

Ma non tutto ciò che leggiamo vuole essere chiuso in questo modo.

Alcuni testi non spiegano

Ci sono parole che non servono a chiarire.

Non danno risposte, non risolvono, non guidano verso una conclusione.

Aprono.

E restano aperte.

Restare dentro senza risolvere

Leggere senza capire non significa fallire.

Significa restare dentro a qualcosa che non è ancora finito.

È un tipo di esperienza diversa.

Meno rassicurante, ma più reale.

Il bisogno di spiegare

Spesso cerchiamo di capire perché vogliamo uscire.

Vogliamo portare via qualcosa: un’idea, una frase, un concetto.

Ma così facendo, riduciamo il testo a qualcosa che possiamo usare.

E perdiamo ciò che non è utilizzabile.

Non tutto deve servire

Alcune letture non servono.

Non producono risultati, non migliorano, non insegnano nulla di preciso.

Eppure restano.

Come una presenza che non si lascia trasformare in funzione.

Lasciarsi modificare

Leggere non è sempre un atto attivo.

Non è prendere qualcosa.

A volte è il contrario.

È lasciare che qualcosa entri senza sapere cosa farà.

Il tempo della comprensione

Ciò che non si capisce subito non è perso.

Rimane.

Lavora lentamente, fuori dalla lettura stessa.

E a volte ritorna quando non lo stai cercando.

Per questo non si legge per capire

Si legge per entrare, non per concludere.

Per restare, non per portare via.

Per permettere a qualcosa di accadere.

Anche se non sai ancora cosa.